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ATTENTI AL pH!
Come emerge da numerosi studi clinici, anche un semplice esame delle urine e in particolare la misurazione del grado di acidità può fornire informazioni molto importanti sul funzionamento del nostro organismo.
di con il contributo di Named
Colore, odore, peso specifico e presenza di sedimenti sono solo alcuni dei parametri che i medici utilizzano per valutare le urine nel corso di un esame “classico” e ai quali vengono spesso aggiunte anche altre voci specifiche che possono essere spia di qualche patologia in corso.
Per esempio, la presenza di sangue nelle urine rappresenta un campanello di allarme poichè potrebbe essere legato a problemi ai reni, alla vescica o al fegato, ma anche a tumori della prostata, a precedenti traumi, all’uso di particolari farmaci e molto altro ancora. Un aumento del numero di globuli bianchi oltre la soglia considerata fisiologica indica invece una probabile infezione in corso, non necessariamente alle vie urinarie.
E scorrendo l’elenco dei numerosi parametri misurati si incontra anche il pH, ovvero la misura dell’acidità del campione di urina, che secondo numerosi studi clinici rappresenta uno strumento utile per comprendere se il nostro metabolismo funziona bene oppure no.
pH, questo sconosciuto
Tutti abbiamo sentito parlare di pH, ma sappiamo esattamente di cosa si tratta? Con la sigla pH, in chimica e biologia, si indica il numero di ioni idrogeno presenti in una sostanza, in altre parole il suo grado di acidità (come, per esempio, l’urina) che viene misurato su una scala da 0 a 14. In questa scala un pH di 7 è considerato neutro, i valori inferiori a 7 sono considerati acidi, mentre quelli superiori a 7 sono definiti basici o alcalini.
Più basso è il pH, più acida è la sostanza: i succhi gastrici contenuti nel nostro stomaco sono estremamente acidi (pH vicino a 1), il latte è poco al di sotto e il sangue poco al di sopra della neutralità rappresentata dal pH 7 dell’acqua pura, mentre una soluzione di ammoniaca è fortemente alcalina (pH = 11,9).
È importante precisare che la scala di misura del pH è di tipo “logaritmico” e non lineare. Questo significa che anche piccole differenze nel valore del pH nascondono enormi differenze di acidità: per esempio tra i succhi gastrici a pH 1 e l’acqua pura a pH 7 la differenza di acidità non è di sei volte, ma molto superiore (un milione di volte).
Il pH delle urine
Capire questi dettagli può sembrare superfluo, ma in realtà è necessario per rendersi conto che variazioni anche piccole del pH delle urine possono indicare grandi compensi nell’equilibrio acido-base dell’organismo.
L’organismo infatti elimina le scorie acide accumulate nel corso del tempo attraverso un complesso sistema che coinvolge molti organi e tessuti, tra i quali anche i reni, che eliminano tutti i prodotti di scarto attraverso l’urina. Quando nell’organismo qualcosa non va, può succedere che vengano accumulate troppe scorie acide, una condizione chiamata acidosi, e che di conseguenza anche il pH delle urine diminuisca. In pratica viene segnalato uno stato di iperacidità che in base a quanto si legge nella letteratura scientifica, si manifesta, per esempio, con l’aumentare dell’età o in presenza di malattie croniche e degenerative come il cancro o l’osteoporosi.
Un esame più preciso
Sulla base di queste osservazioni è facile intuire l’importanza dell’esame delle urine, anche se l’esame “classico” presenta almeno un paio di limiti che lo rendono poco preciso e poco adatto a cogliere le sfumature legate al metabolismo e nascoste dietro variazioni del valore di pH.
In primo luogo la scala di riferimento considerata fisiologica, cioè accettata come normale e riportata in tutti i referti di laboratorio è in genere compresa tra 4,5 e 7,5, un intervallo incredibilmente ampio se si considera la natura logaritmica del pH, già accennata in precedenza. Un intervallo così ampio non aiuta certo a formulare una diagnosi precisa e rischia di far perdere utilità clinica all’esame.
Inoltre, il grado di acidità non è sempre uguale, ma cambia nell’arco delle 24 ore alternando fasi di pH acido a fasi di pH basico: per questo motivo, basare le valutazioni cliniche solo sul valore di pH del campione prelevato al mattino riesce a fornire solo un quadro parziale dello stato metabolico di una persona.
A ciascuno il suo pH
“Una appropriata valutazione del pH urinario è di indubbia utilità nella valutazione dello stato metabolico e offre l’opportunità di una prima valutazione dei pazienti a rischio di determinate patologie” afferma G. Pigoli, patologo clinico, tra gli autori di una revisione degli studi sul pH urinario condotta dagli ospedali di Cremona e Forlì.
Sono stati analizzati i risultati della misurazione del pH delle prime urine del mattino di oltre 12mila persone (6.632 donne e 5.454 uomini) suddivise in tre gruppi in base all’età (10-44, 45-64 e 65-80 anni).
Dai risultati emerge chiaramente che il pH non è uguale per tutti: se si confrontano i valori osservati nei due sessi, si nota per esempio che nella prima fascia di età (10-44 anni) il pH delle urine degli uomini è più basso rispetto a quello delle donne, mentre queste differenze si assottigliano con il passare degli anni.
All’interno del gruppo delle donne, inoltre, si notano differenze legate alle diverse fasce di età con valori di pH più alti nelle donne più giovani che diminuiscono notevolmente nella fascia di età 45-64 anni per poi risalire leggermente nelle donne più anziane, pur rimanendo al di sotto dei valori registrati nelle donne giovani. Negli uomini, al contrario, i valori del pH urinario rimangono piuttosto stabili nel corso della vita, con un andamento costante nel tempo.
“L’incremento dell’acidità delle urine in donne di età media e avanzata apre la strada ad alcune considerazioni di ordine metabolico” spiega Pigoli “e suggerisce, anche in base ai risultati di precedenti studi clinici, un legame tra questo aumento e la presenza di uno stato di osteoporosi a sua volta determinato da squilibri ormonali per le donne vicine alla menopausa o in post menopausa”.
Si ringrazia Named srl per il contributo
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